Il matrimonio romano è uno degli esempi più chiari di rito di passaggio del mondo antico. Nel giro di due giorni una fanciulla lasciava la casa paterna, attraversava uno spazio di transizione e veniva accolta in un'altra casa, sotto la protezione di altri dèi domestici. Ogni gesto aveva un significato, e molti di essi ci sono stati tramandati da autori come Plutarco, Festo e Catullo.
Tre forme antiche
Il diritto romano arcaico conosceva tre modi con cui la sposa passava sotto l'autorità (manus) del marito.
| Forma | Caratteristiche |
|---|---|
| Confarreatio | Cerimonia religiosa solenne, con offerta di un pane di farro, alla presenza del Flamine di Giove, del Pontefice Massimo e di dieci testimoni |
| Coemptio | Una vendita simbolica della sposa, con bilancia e testimoni |
| Usus | La convivenza ininterrotta per un anno |
La confarreatio era riservata ai patrizi ed era necessaria per i genitori di alcuni sacerdoti, come il Flamine di Giove. Già le Dodici Tavole prevedevano che la donna potesse evitare l'usus trascorrendo tre notti fuori casa ogni anno. Con il tempo si diffuse il matrimonio senza manus, ma molti gesti della cerimonia tradizionale rimasero in uso.
La vigilia: separazione dall'infanzia
La sera prima delle nozze la fanciulla deponeva la toga pretesta, l'abito orlato di porpora dell'infanzia, e secondo alcune fonti offriva ai Lari o a Venere i giocattoli e le bambole. Indossava una tunica bianca tessuta in un solo pezzo, la tunica recta, e dormiva con una reticella color zafferano tra i capelli.
La vestizione della sposa
Il mattino delle nozze la sposa veniva acconciata con cura particolare. I capelli erano divisi in sei trecce, i seni crines, separate con la punta di una piccola lancia ricurva, la hasta caelibaris: un gesto antichissimo, che gli stessi Romani spiegavano in modi diversi.
In vita portava una cintura di lana annodata con il nodo di Ercole, che solo il marito avrebbe sciolto. Sul capo indossava il flammeum, un velo di colore arancio fiammante, lo stesso colore del velo portato dalla moglie del Flamine di Giove, simbolo di un matrimonio indissolubile.
La cerimonia
La cerimonia si svolgeva nella casa del padre della sposa. Si traevano gli auspici e si celebrava un sacrificio. Una matrona sposata una sola volta, la pronuba, univa le mani destre degli sposi nella dextrarum iunctio, gesto che ritroviamo su molti sarcofagi romani.
Plutarco, nelle Questioni romane, riporta una formula pronunciata dalla sposa: «Dove tu sei Gaio, io sono Gaia». Il nome Gaio aveva qui valore generico, come a dire: «dove tu sei padrone di casa, io sono padrona di casa».
Il corteo serale: il margine
Al calar della sera si svolgeva la deductio, il corteo che accompagnava la sposa alla nuova casa. Era il momento più liminale della festa. La fanciulla veniva strappata in modo simulato dalle braccia della madre, gesto che gli antichi collegavano al ratto delle Sabine. Il corteo procedeva alla luce delle torce, una delle quali di biancospino, fra canti scherzosi e licenziosi detti fescennini e il grido rituale «Talassio!». Si gettavano noci ai ragazzi, segno dell'abbandono dei giochi infantili.
La sposa camminava accompagnata da tre ragazzi con entrambi i genitori in vita: due la tenevano per mano, il terzo portava la torcia. Con sé recava la conocchia e il fuso, simboli del lavoro domestico.
La soglia: l'aggregazione
Giunta alla nuova casa, la sposa ungeva gli stipiti della porta con olio o grasso e li avvolgeva con bende di lana. Poi veniva sollevata e portata oltre la soglia. Plutarco offre più spiegazioni di questo gesto: il ricordo delle Sabine portate a forza, oppure l'esigenza di evitare che la sposa inciampasse sulla soglia, presagio funesto.
All'interno, il marito la accoglieva con l'acqua e il fuoco, elementi fondamentali della vita domestica. Secondo una tradizione, la sposa portava con sé tre monete: una per il marito, una per i Lari della casa, una per i Lari dell'incrocio vicino. Il giorno seguente offriva il primo sacrificio come padrona della nuova casa.
La lettura del passaggio
Lo schema in tre fasi vi si riconosce con nettezza:
- separazione: deposizione della toga e dei giocattoli, distacco simulato dalla madre;
- margine: corteo notturno, canti licenziosi, condizione sospesa tra due famiglie;
- aggregazione: unzione degli stipiti, soglia varcata, acqua e fuoco, sacrificio domestico.
La soglia, punto di contatto tra esterno e interno, era il luogo più delicato: per questo la sposa non la toccava con i piedi.
In sintesi
- Il diritto romano conosceva tre forme di matrimonio con manus: confarreatio, coemptio e usus.
- La vigilia segnava la separazione dall'infanzia con la deposizione della toga pretesta.
- La sposa indossava il flammeum arancione e una cintura con il nodo di Ercole.
- Il corteo notturno con torce e canti rappresentava la fase di margine.
- L'ingresso oltre la soglia, con acqua e fuoco, sanciva l'aggregazione alla nuova casa.