Ogni tradizione religiosa elabora la morte con propri riti, ma poche lo fanno con una scansione temporale così precisa come l'ebraismo. Il lutto ebraico è organizzato in fasi successive, ciascuna con regole e gesti propri, che accompagnano chi resta dal momento del decesso fino all'anniversario. È un esempio chiarissimo di come un rito di passaggio riguardi anche i vivi.
Prima della sepoltura: l'aninut
Il periodo che va dalla morte alla sepoltura si chiama aninut. In questa fase i parenti stretti, detti onen, sono esentati da molti obblighi religiosi positivi, perché tutta la loro attenzione deve essere rivolta alla cura del defunto e all'organizzazione del funerale. La tradizione raccomanda che la sepoltura avvenga il prima possibile.
Il corpo viene lavato e preparato da membri della comunità riuniti in una confraternita detta chevra kadisha, la «santa società», e avvolto in semplici sudari bianchi. La semplicità vuole esprimere l'eguaglianza di tutti davanti alla morte.
La keriah: lo strappo della veste
Uno dei gesti più antichi è la keriah, lo strappo di un lembo della veste. Nella Bibbia, Giacobbe e Davide si stracciano le vesti alla notizia di una morte. Nella pratica tradizionale lo strappo si fa per i sette parenti più stretti: padre, madre, figlio, figlia, fratello, sorella, coniuge. Per i genitori lo strappo si fa a sinistra, dalla parte del cuore.
La shiva: i sette giorni
Dopo la sepoltura inizia la shiva, parola che significa «sette». Per sette giorni i familiari restano a casa, in genere in quella del defunto, e ricevono visite. Le usanze più diffuse sono:
- sedere su sedie basse o a terra, segno di abbassamento;
- non lavorare e sospendere le attività ordinarie;
- non indossare scarpe di cuoio e non curare l'aspetto esteriore;
- coprire gli specchi, secondo un'usanza molto diffusa;
- accendere una candela che arde per tutta la settimana.
Il primo pasto dopo il funerale, detto seudat havraah, «pasto di conforto», viene preparato dai vicini o dagli amici. Tradizionalmente comprende uova sode o lenticchie, cibi rotondi che richiamano il ciclo della vita.
Durante la shiva la comunità si riunisce in casa per le preghiere quotidiane, così che i parenti possano recitare il Kaddish. Chi fa visita, per consuetudine, attende che sia il dolente a parlare per primo. Il sabato interrompe i segni pubblici del lutto.
Lo sheloshim: i trenta giorni
La seconda fase si chiama sheloshim, «trenta», e comprende i trenta giorni dalla sepoltura. Il dolente riprende il lavoro e molte attività, ma alcune restrizioni rimangono: per esempio, si evitano feste e celebrazioni, e per tradizione non ci si taglia i capelli.
Per la maggior parte dei parenti il lutto formale termina qui. Per un padre o una madre, invece, continua.
L'anno del Kaddish
Per la morte di un genitore il lutto si prolunga per un anno. Il figlio recita il Kaddish in sinagoga per undici mesi. Il Kaddish è una preghiera in aramaico che, curiosamente, non parla della morte: è una lode della santità di Dio. Recitarla davanti alla comunità significa affermare la fede nel momento della perdita.
La consuetudine di fermarsi a undici mesi, invece di dodici, ha una spiegazione tradizionale: si evita di suggerire che il genitore abbia bisogno di tutto l'anno di preghiere, come se fosse stato una persona particolarmente colpevole.
Lo yahrzeit e la lapide
Ogni anno, nell'anniversario della morte secondo il calendario ebraico, si celebra lo yahrzeit: si accende una candela che arde per ventiquattro ore e si recita il Kaddish. In molte comunità la lapide viene posta o scoperta con una breve cerimonia entro il primo anno. Chi visita una tomba lascia spesso un piccolo sasso sulla pietra, segno di memoria.
Un passaggio graduale
| Fase | Durata | Carattere |
|---|---|---|
| Aninut | Dalla morte alla sepoltura | Cura del defunto, esenzioni |
| Shiva | Sette giorni | Ritiro in casa, visite, preghiera comunitaria |
| Sheloshim | Trenta giorni | Ritorno parziale alla vita |
| Anno del Kaddish | Undici mesi, per un genitore | Preghiera quotidiana |
| Yahrzeit | Ogni anniversario | Memoria permanente |
Le restrizioni si allentano gradualmente: il dolente viene accompagnato fuori dal lutto un passo alla volta, sostenuto dalla comunità. È lo schema di van Gennep applicato non al defunto ma a chi resta.
In sintesi
- Il lutto ebraico è organizzato in fasi temporali successive e precise.
- La keriah, lo strappo della veste, è uno dei gesti più antichi del cordoglio.
- La shiva dura sette giorni, trascorsi in casa ricevendo visite e pregando con la comunità.
- Lo sheloshim di trenta giorni e l'anno del Kaddish riportano gradualmente alla vita ordinaria.
- Lo yahrzeit rinnova ogni anno la memoria del defunto.