Quando si parla di ermetismo si pensa subito al Corpus Hermeticum, la raccolta greca riscoperta nel Quattrocento. Ma per tutto il Medioevo latino l'Occidente conobbe Ermete Trismegisto soprattutto attraverso un altro testo: l'Asclepius. Breve, denso, a tratti oscuro, questo dialogo ha alimentato per secoli l'immagine di un'antica sapienza egizia.
Un testo greco sopravvissuto in latino
L'Asclepius è la traduzione latina di un'opera greca intitolata Logos teleios, cioè «Discorso perfetto». L'originale greco è andato perduto, salvo alcuni frammenti citati da autori antichi. Una parte del testo è conservata anche in traduzione copta tra i codici di Nag Hammadi, scoperti in Egitto nel 1945, e il confronto con questa versione ha permesso di capire meglio come il latino abbia trattato l'originale.
La traduzione latina circolò insieme alle opere filosofiche di Apuleio di Madaura e per lungo tempo gli fu attribuita. Gli studiosi oggi escludono che Apuleio ne sia il traduttore, ma questa associazione spiega la sua lunga sopravvivenza nelle biblioteche medievali.
La forma del dialogo
Il testo si presenta come un dialogo tra Ermete Trismegisto e il discepolo Asclepio, alla presenza di Tat e di Ammone. Si svolge in un tempio, in un'atmosfera raccolta, e si chiude con una preghiera di ringraziamento. I temi si susseguono senza un ordine rigoroso: la natura di Dio, il cosmo, l'uomo, la materia, il destino, la religione.
L'uomo, grande miracolo
Uno dei passi più famosi riguarda la dignità dell'uomo. Ermete afferma che l'uomo è un grande miracolo, un essere di natura doppia: per una parte divino, per l'altra mortale, posto tra il cielo e la terra con il compito di contemplare le cose celesti e di curare quelle terrene. Questa idea ebbe un'enorme fortuna nel Rinascimento: Giovanni Pico della Mirandola apre la sua celebre orazione sulla dignità dell'uomo richiamando proprio questa espressione attribuita a Ermete.
Le statue animate
Il passo più discusso è quello sulle statue degli dèi. Secondo il testo, gli antichi egizi avrebbero scoperto l'arte di «fare dèi», attirando nelle statue, con riti, erbe, pietre e profumi, potenze divine capaci di agire, di predire e di proteggere. L'uomo, che è stato creato da Dio, diventerebbe così a sua volta creatore di immagini divine.
Questo passo ebbe una storia complessa:
- Agostino d'Ippona lo discusse e lo criticò nel De civitate Dei, vedendovi una giustificazione dell'idolatria;
- nel Medioevo contribuì a dare a Ermete una fama ambigua, di sapiente e insieme di maestro di culti pagani;
- nel Rinascimento divenne uno dei testi chiave per chi rifletteva sulla magia delle immagini.
Il lamento sull'Egitto
Un'altra sezione celebre è la cosiddetta «apocalisse» o lamento. Ermete annuncia che verrà un tempo in cui l'Egitto, considerato immagine del cielo e tempio del mondo, sarà abbandonato dagli dèi. Stranieri occuperanno la terra, la religione sarà dimenticata e derisa, il Nilo si riempirà di sangue. Ma dopo questa decadenza, dice il testo, Dio restaurerà il mondo nella sua bellezza originaria.
Questa pagina, scritta in un'epoca in cui i culti tradizionali egizi erano in declino, esprime la nostalgia di una tradizione che si sentiva minacciata. Agostino la interpretò come una profezia involontaria della fine del paganesimo.
I grandi temi filosofici
Oltre ai passi più spettacolari, l'Asclepius contiene riflessioni che lo collocano nel mondo filosofico tardoantico:
- Dio è uno e tutto, privo di nome o portatore di tutti i nomi;
- il cosmo è vivente, bello e opera divina;
- la materia è insieme principio e ricettacolo delle forme;
- la vera religione consiste nella contemplazione e nella lode di Dio.
Una lunga fortuna
Proprio perché era l'unico testo ermetico disponibile in latino per molti secoli, l'Asclepius fu citato da teologi, filosofi e autori di magia. Quando Marsilio Ficino tradusse il Corpus Hermeticum nel Quattrocento, l'Asclepius fu spesso stampato insieme alla sua traduzione, e i due testi vennero letti come parti di un'unica sapienza.
In sintesi
- L'Asclepius è la traduzione latina del greco Logos teleios, il «Discorso perfetto».
- Fu a lungo attribuito ad Apuleio, che però non ne fu il traduttore.
- Una parte del testo sopravvive in copto tra i codici di Nag Hammadi.
- È celebre per l'idea dell'uomo come grande miracolo, per le statue animate e per il lamento sull'Egitto.
- Agostino lo discusse nel De civitate Dei e nel Rinascimento fu letto accanto al Corpus Hermeticum.