Nel 1958 l'etnologo e storico delle religioni Ernesto de Martino pubblicò un libro destinato a diventare un classico: Morte e pianto rituale nel mondo antico. Dal lamento pagano al pianto di Maria. Vi univa due mondi apparentemente lontani: le donne che piangevano i morti nei paesi della Lucania degli anni Cinquanta e i lamenti funebri della Grecia antica, del Vicino Oriente e della tradizione cristiana. Il filo che li collegava era un'idea: il pianto rituale è una tecnica per attraversare il passaggio più duro, quello della morte di una persona cara.
Il lavoro sul campo
De Martino (1908-1965) condusse negli anni Cinquanta una serie di ricerche nel Mezzogiorno d'Italia, spesso in équipe con studiosi di discipline diverse. Per lo studio del lamento lavorò, tra gli altri, con l'etnomusicologo Diego Carpitella, che registrò canti e lamenti. Queste registrazioni sono oggi una fonte preziosa per la storia della cultura popolare italiana.
Nei paesi lucani il lamento funebre era ancora praticato da donne della famiglia o da lamentatrici esperte. Non si trattava di un pianto spontaneo e disordinato, ma di un comportamento con forme riconoscibili.
La forma del lamento
De Martino descrisse il lamento come un insieme di elementi stabili:
- gesti stereotipati: dondolare il busto, battere le mani, strapparsi i capelli o fingere di farlo, agitare un fazzoletto;
- moduli verbali ricorrenti: formule fisse che si combinavano e si ripetevano, rivolte direttamente al defunto;
- una linea melodica semplice e ripetitiva, a metà tra il canto e il grido;
- un'alternanza tra momenti di sfogo e momenti di ripresa del controllo.
Il contenuto si rivolgeva al morto come se potesse ascoltare: lo si chiamava per nome, gli si ricordavano i lavori compiuti, gli si rimproverava affettuosamente di aver abbandonato i suoi, gli si affidavano messaggi per altri defunti.
La crisi della presenza
Per spiegare la funzione del lamento, de Martino usò un concetto centrale del suo pensiero: la crisi della presenza. Davanti a un evento estremo come la morte, la persona rischia di perdere la capacità di stare nel mondo, di agire, di dare senso. Il dolore può travolgere, trasformarsi in disperazione muta o in un delirio senza forma.
Il pianto rituale offre una via d'uscita. Proprio perché è codificato, permette di esprimere il dolore senza esserne sommersi. Le formule e i gesti appresi costituiscono una sorta di binario: chi piange segue un percorso già tracciato dalla comunità, e lungo quel percorso il dolore viene trasformato. Alla fine, il defunto viene «collocato» nella memoria, e i vivi possono tornare alla vita.
In termini di riti di passaggio, il lamento accompagna i vivi nella fase di margine, quella in cui la perdita è ancora aperta.
Il confronto con il mondo antico
La seconda parte del libro mostra che lo stesso modello si ritrova in molte culture antiche. Nell'Iliade, il corpo di Ettore riportato a Troia viene pianto in successione da Andromaca, da Ecuba e da Elena, ciascuna con un proprio lamento, mentre il coro risponde con i gemiti. È una scena di lamento rituale perfettamente strutturata.
De Martino esaminò anche i lamenti per divinità che muoiono e rinascono nel Vicino Oriente antico e nel mondo greco, nei quali il pianto collettivo accompagnava il ciclo della vegetazione. Il lutto per un dio diventava modello del lutto umano.
Dal lamento pagano al pianto di Maria
Il sottotitolo del libro indica l'ultimo passo dell'indagine. Il cristianesimo guardò con sospetto alle forme esasperate del lamento funebre, considerate incompatibili con la speranza nella risurrezione. Nel corso dei secoli autorità ecclesiastiche e statuti cittadini cercarono più volte di limitarne gli eccessi.
Al tempo stesso, però, la tradizione cristiana elaborò un lamento esemplare: quello di Maria ai piedi della croce, cantato in laude, sequenze e sacre rappresentazioni. Il pianto della Madre per il Figlio offriva ai fedeli un modello di dolore orientato da una prospettiva di salvezza. Secondo de Martino, il pianto antico non venne cancellato, ma trasformato e reinserito in un nuovo orizzonte religioso.
Un'eredità ancora viva
Il libro ha influenzato profondamente l'antropologia, la storia delle religioni e lo studio della cultura popolare in Italia. Ha mostrato che gesti spesso giudicati «arcaici» o «superstiziosi» avevano una logica profonda e una funzione precisa.
Per chi studia i riti di passaggio, la lezione è chiara: anche il dolore ha bisogno di forma. La comunità non lascia solo chi resta, ma gli offre parole, gesti e tempi per attraversare la soglia.
In sintesi
- Morte e pianto rituale di Ernesto de Martino, del 1958, è un classico sullo studio del lutto.
- La ricerca partì dai lamenti funebri ancora praticati in Lucania negli anni Cinquanta.
- Il lamento ha gesti, formule e melodie stabili, rivolte direttamente al defunto.
- Per de Martino il pianto rituale aiuta a superare la «crisi della presenza» provocata dalla morte.
- Il cristianesimo trasformò il lamento antico nel modello del pianto di Maria.